Indirizzi
Questa fotografia fu usata come cartolina, è indirizzata al padre di mio padre, da sua madre. In una calligrafia leggermente infantile, con alcune incertezze dovute forse a un pennino difettoso, il figlio è chiamato “Ing.re”, appellativo che prenderà anche nostro padre, segue il nome, e, la riga sotto, “e famiglia”; poi il nome della villa, e il nome del paese, sul lago di Como. Non c’è nome della via, nè numero civico. Da adolescente, mi affascinava molto l’intestazione della carta da lettere di mio padre, riportata sui fogli, e sul retro delle buste: il nome, la città. Nient’altro. Anzi, con vago snobismo antifascista, si indicava il nome precedente all’accorpamento, voluto dal regime, col paese vicino. Così si indicava il nome, e un luogo inesistente. La fotografia è presa dall’alto del giardino della casa dei nonni -per me bisnonni, dove i miei andarono ad abitare una volta sposati. Le fasce, che si arrampicavano su sulla collina diventando poi uliveto, avevano tutte un nome, “delle margherite”, “della fontana”, “dell’altalena”, “delle rose”, le principali, e delle parafrasi, le minori: “quella sotto la fascia delle rose”, “la seconda sopra la fascia della fontana”, “la fascia sotto la fascia dell’orto”, c’era poi anche “l’ultima del giardino”, “la fascia di Mario”, “la fascia su in cima”.
Lorenzo
Piccola fotina strana, scattata da Lorenzo, credo con quegli apparecchi gadget che le sviluppano subito, senza essere delle polaroid. Ne circolarono una decina di anni fa, non so se ci siano ancora. Se mi ricordo bene erano delle scatolette di cartone, con gli obiettivi di plastica, e poi si strisciava via una linguetta che conteneva la fotina.
Qui, come da didascalia scritta di fianco e ripetuta dietro, siamo a Cervo, nell’aprile del 2000 (il 19, si chiarisce dietro). Un week end al mare passato insieme. Io da piccolo ho abitato a Oneglia, e lui andava al mare a Cervo, paesino dietro la baia; non solo, da piccolo lui andava a Bardonecchia, ed io pure. Ma (chissà?) non ci siamo mai incontrati. Anche in montagna siamo andati una volta, e riprovammo a sciare dopo almeno quindici anni che non lo facevamo. Cominciammo dal Baby, lo skilift per i bambini. E’ stato uno dei giorni in montagna più divertenti che io ricordi. Andammo in pellegrinaggio alla sua casa di quand’era bambino, bussammo alla porta dei nuovi, straniti, proprietari. Lorenzo è un mio amico del cuore. Ci conosciamo da una quindicina d’anni, e, anche se lui si schernirebbe, è una persona che mi ha insegnato molto. Anche se abbiamo vite e professioni molto diverse, in molte cose per me Lorenzo è stato ed è un modello. Soprattutto da lui credo di avere imparato cosa sia l’ironia e come questa possa convivere strettamente intrecciata ad una visione della vita molto seria, composta, fatta di scelte motivate. E poi, anche lui, è molto low profile. Un po’ troppo ci diciamo sempre, ma sapendo che diversamente sarebbe impossibile.
Virginia Woolf
Qualche giorno dopo Natale e Capodanno passò la nostra amica PP a trovarci a cena, eravamo il mio fidanzato, la nostra amica Juliette ed io. Il camino acceso, fuori la neve, le lucine di Natale, un’aria festosa e di nido allo stesso tempo. Dopo cena PP disse: -Vi ho portato i regali!, e mise un cd nel lettore, con aria felice di chi sa di fare una sorpresa che riempirà di stupore. Dopo i primi gracchiolii cominciò una voce, di donna, non più giovane, in un inglese molto elegante: “…Words, English words, are full of echoes, of memories, of associations [...]“, non capivamo chi fosse, PP si godeva le nostre facce, poi Juliette disse: -”Virginia!”, con quel vezzo strano dei francesi di chiamare gli scrittori per nome. Aveva ragione, PP aveva registrato dalla BBC la sola, pare, traccia audio della voce di Virginia Woolf. “…Words, English words, are full of echoes, of memories, of associations [...]“, l’abbiamo ripetuta e ripetuta cercando di imitarne le inflessioni, -Words, English words, ci dicevamo leggendo, nel silenzio della neve dei giorni dopo. E’ stato un regalo bellissimo.
Per me Virginia Woolf è stato uno spartiacque chiaro, fra le letture disordinate e bulimiche dell’adolescenza e la scoperta della letteratura. Grazie ad un’insegnante ovviamente, che fece leggere alla sua classe, credo la seconda liceo artistico, non solo Gita al faro, ma anche il capitolo XX di Mimesis di Auerbach (Erich Auerbach, Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale; Einaudi 1956; ultima edizione 2000 nella PBE Ns), intitolato Il calzerotto marrone, che aprì la mia testa ad un modo di leggere la letteratura che non ho mai abbandonato. MI sembra che da lì sono partito, e che lì sempre torno.
blu!
Chissà perché a un certo punto ho cominciato a colorarmi i capelli di vari colori. Il blu fu il più bello, e fu ripetuto più volte. Era una tortura, stavo ore dal parrucchiere. La decolorazione bruciava la testa, gli occhi, tutta la faccia; entravo subito dopo pranzo, e uscivo a sera. Una volta venne un blu strano, e il grande capo parrucchiere decise che no, non si poteva accettare, così si ricominciò tutto da capo. Però erano dei pomeriggi divertenti. Di sicuro poi ero molto guardato. Forse avrò fatto il carico di sguardi per sempre, ora tendo piuttosto a scomparire. Non è neanche poi tanto tempo fa. Mia madre ogni tanto mi dice:- ma ti ricordi? A un certo punto hai cominciato a farti i capelli di tutti i colori-. Come fosse successo quando ero piccolo. In un tempo indefinito. Se avessi ancora i capelli forse lo farei di nuovo, una volta, per provare, per ricordarmi com’era.








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