io devo
C’era nel fotografarmi un disagio, una vergogna. La vanità era un male in famiglia. Siamo stati educati a smorzare, a non credersi niente più che poco. Nostra madre si vestiva molto bene, ricordo dei vestiti di Pucci, di Roberta di Camerino, i gioielli, che, diceva, vestiva per dovere, per nostro padre, per noi; si lamentava della fatica che questo le costava. Tutto era sacrificio in casa. Il piacere era volgare, l’abbandono stigmatizzato. Per godere di qualcosa ci si doveva nascondere, nostra madre in giardino, nostro padre in barca, noi in bagno -nascondevamo i Topolini nel corpo cavo del bidé. Godere sarebbe stato fare torto agli altri, umiliarli. Pensavano, i nostri genitori, che tutto fosse in fondo vano e che l’unica scappatoia al senso spaventoso della vanità delle cose e dell’esistenza stesse nel dovere, verso gli ideali politici, etici, verso i dipendenti, verso i colleghi, verso i pazienti, verso la famiglia, verso i figli. Tutto può essere sacrificato al compimento del proprio dovere, perché la logica dice che, essendo la vita vana, il prezzo non può che essere basso, non c’è perdita che valga dolore. Ciascuno in base al suo talento, che, dono di Dio e del caso, va coltivato, affinato e non disperso, affiché si possa compiere il proprio dovere secondo il massimo delle proprie capacità, e sfuggire, per un attimo, al senso di vanità dell’esistenza. Compiacersi del proprio aspetto, indulgere su di sè, evocava quella transitorietà intollerabile che la vita afferma ogni giorno, minando la propria resistenza alla morte. Io, e tutt’ora, mi fotografavo per cercare di capire.
Italo Calvino
Questa fotografia, irrimediabilmente incollata su una pagina interna di uno spesso quaderno a righe Naj-Oleari (copertina di stoffa plastificata, rosa con fantasia di piccoli gabbiani in volo bianchi) che porta nella prima pagina la data 25.6.80, fu scattata a Parigi, all’aereoporto Charles de Gaulle, credo. Una foto del tramonto prima di partire. Non esiste prova che lo attesti, se non la mia memoria. Qualche pagina prima una foto forse della Senna ha indicato sotto: “Parigi 79″. Era la prima volta che andavo a Parigi. L’occasione fu una qualche fiera dell’alimentazione dove mio padre doveva essere presente. Non riesco a spiegarmi come mai mi portasse con lui. Non fu un gran viaggio, e qualche pagina prima annoto, rivolto a Parigi: “non ti ho visto molto, chiuso com’ero in quella mostra”, vagamente ricordo che passammo la maggior parte del tempo alla fiera, ricordo delle macchine d’acciaio per il confezionamento, dei nuovi cibi in confezioni plastiche. Ricordo che andammo a mangiare a un ristorante alle Halles, che erano da poco finite d’essere demolite e scavate, ricordo i ristoranti che si affacciavano su quell’immenso buco, anche se non so più se invece non sia un ricordo del film che vi girò Ferreri. Io mangiai per la prima volta le ostriche, che mi piacquero tantissimo non avrei voluto smettere di mangiarle, mentre a mio padre disgustavano, e sempre raccontava di una volta a un pranzo d’affari che dovette mangiarle e poi non resistette andò in bagno a vomitare. Vedemmo la Tour Eiffel e Notre Dame, e c’è da qualche parte credo una foto di me presa al Trocadero, coi capelli lunghi e lisci. Fu un viaggio un po’ senza importanza, anche se con tante prime volte, la città, l’aereo, le ostriche, un viaggio con mio padre, ma accanto ad un certo tepore paterno ne fui credo un po’ deluso, annioato. Ma: ma. Ma c’è un episodio che sempre racconto che lo rese memorabile: all’aereoporto, nei pressi del tramonto ch’è ripreso nella fotografia, d’improvviso mio padre si alzò da seduto e a voce molto alta urlò a una persona che passava: -Italo!-, e corso verso di lui che lasciava vedendolo le valige si abbracciarono, con un entusiasmo, e, ricordo, una commozzione, che mi stupì. Chiacchieravano fitto fitto, io rimasto alle nostre poltrone, e non capendo chi potesse essere. Poi gli aerei erano annunciati e a malincuore Italo e mio padre si salutarono con grandi gesti a ripresa allontanandosi. -Chi era?-, -Calvino!- rispose mio padre, tutto perso in ricordi che non mi raccontò, felice, come corroborato, divertito. Io gli saltavo attorno come un cane all’osso: -Calvino? ma Calvino Calvino?-, -Calvino-. Solo anni dopo seppi che nostro padre e Calvino erano stati compagni di banda sulle Alpi Liguri, durante la Resistenza. I nostri genitori decisero dopo la guerra, alla nascita dei figli, di tacere di quegli anni, per un misto inestricabile di pudore, di volontà di dimenticarne anche l’orrore, e per una -mi racconta ora mia madre- volontà di non influenzarci. Calvino, mi disse nostra madre anni fa, aveva ritratto babbo ne I sentieri dei nidi di ragno; quando me lo disse io ero in piena ribellione, e così non lo lessi. Ora, che nostra madre è molto anziana, vorrei chiederle, portarle il libro e farmi indicare mio padre fra quelle righe, ma sempre vince il rispetto per l’oblio.
un ragazzo perbene
Da piccolo, ero un bravo bambino. Sorridevo a tutti, ero servizievole, obbedivo. Mi piaceva essere benvoluto. Non ero uno scalmanato e anche se giocavo sempre in giardino e stavo via da casa per interi pomeriggi di esplorazione, non mi facevo mai male. Ero un bambino prudente. Mi piaceva la calma, ero ragionevolmente conservatore, moderatamente disordinato. Avevo amici maschi e amiche femmine. Non mi piaceva giocare con le macchinine ma neanche con le Barbie o coi Big Jim -giocavamo a nascondino, o ai quattro cantoni, nel grande ingresso di casa, oppure a lunghissime recite. Non ricordo d’avere mai fatto storie sul vestire, anche il grembiule nero che dovevamo portare a scuola, e il suo fiocco di colore sbiadito che ad ogni anno cambiava, mi piacevano. Non ero imbarazzato nelle scarpe ortopediche di pelle blu, o nei pantaloni corti fatti fare dal sarto. Probabilmente confusi quello stato che ben mi si adattava, di regole sociali, di codici vestimentari, di regole minute che guidavano ogni aspetto della mia esistenza, per delle mie scelte. Quando mi accorsi che così non era, la certezza del mio diritto era ormai così radicata che il mio scandalo fu enorme e tutto deflagrò. Proprio sul vestiario iniziò un’incertezza nervosa che impiegò anni a placarsi. Forse io continuavo a volere essere come gli altri, ma gli altri non mi piacevano più. Dove stava la regola? Per esempio negli anni ’80 capivo che non volevo essere paninaro, ma mi comprai le Timberland -ce le ho ancora-, le mettevo però con un lungo cappotto nero. Ogni capo era un segno di appartenenza e questo mi era intollerabile, immobilizzato nella scelta della borsa per i libri li portai a mano per mesi, sino a che non chiesi a mia madre e alla signora che in casa cuciva di farmene una apposta, per la quale avevo trovato la stoffa in qualche armadio. Mia madre si divertiva. Un divertimento sincero e leggero, ma molto vicino allo scherno. Come molti mi vestii tutto di nero come prima mi ero vestito di colori pastello, ebbi tutto stretto e tutto larghissimo, uno strato sopra l’altro -a sconfiggere un freddo che sembrava non dovesse lasciarmi- o tutto nudo al mare. Poi a un certo punto -mio padre era già morto e quindi avevo del denaro- mi vestii elegante. Camicie su misura, di cotone a righine sottili, vagamente grigie, il colletto quasi dritto -in omaggio ad una violenta avversione ai colletti a punta, giacche, scarpe di cuoio e pantaloni della mia taglia, calze di filo di scozia. Fra i tanti me che ho impersonato, questo fu credo quello che più stupì chi mi conosceva, e insieme che più piaque. Finalmente rientravo nell’alveo, ritrovavo le maniere che mi appartenevano di diritto, coincidevo con la mia storia. Era così confortevole. Era così bello. Non essere sempre, costantemente, in opposizione, aderire a quello che ci s’aspettava da me. E poi avevo quei capelli, che erano riccioli e domati, folti che finalmente avevo il coraggio di tenere all’indietro -che sempre avevo temuto la mia fronte troppo grande. Mi sembravano delle fiamme. Forse dovevo essere anche un po’ ridicolo, questa credo sia -nell’immagine sulla destra- la sola foto che mi ritrae in quel periodo, e devo confessare, mi riavvoltolerei volentieri in quell’aspetto. L’immagine doppia era nata un po’ per caso tempo dopo, quando, come dicevo allora, per qualche anno, facevo l’artista. Quell’estate partii da solo per un viaggio che per altre ragioni rappresentò una tappa importante, e il secondo giorno mi rubarono tutti i vestiti dalla macchina. Me li ero portati tutti, chiusi in un baule caricato nella Panda: rubarono il baule. Non ho più comprato una camicia, ma ne indossai una, al matrimonio di un’amica.
peggy
Febbraio del 1981, nell’autunno precedente ero andato via dalla casa dei miei e dalla città dove avevo vissuto sino ad allora. Ancora un mese e compirò sedici anni. La mia intolleranza alla vita familiare era stata assecondata dai miei genitori anche per le “brutte compagnie” che frequentavo, sperarono che me ne allontanassi. Ed ebbero ragione, quelle amicizie, per quanto forti, non ressero. Passai dalle scuole pubbliche alle private -per una anno, condizione posta dai miei genitori, e forse ero stanco di essere sempre costantemente contro. Passai armi e sentimenti alla perfida confortevolezza della classe borghese, alla quale non credevo di appartenere. Ma io non mi accorgevo di niente. I miei amici di giù, e mi sarei vergognato a fare conoscere gli uni agli altri, a farmici vedere insieme, ad entrare con gli uni nelle case degli altri, erano più grandi di me, vivevano un po’ in casa dai genitori e un po’ riuniti in un piccolo appartamento di una di loro -al pianterreno, qualche numero più in là, facevano dei deliziosi maritozzi alla panna, che mi regalarono le migliori colazioni. Spiantati e teneri e tragici e allegri, mi fecero sentire che mi volevano molto bene, fui un po’ la loro mascotte. Ci furono episodi di tenerezza, e anche di muta, breve, violenza. Io avevo un motorino, e volavo sempre da loro. Questa foto è stata scattata un pomeriggio, io tornato un sabato a casa, e subito andato a trovarli, coi miei ricci che solo un anno prima non erano comparsi mai. Gli occhiali sono dell’amica più grande, P., considerata, lei minuta e sottile, un po’ la mamma di tutti. In lei e in D., grande invece come una montagna, mi rifugiavo e mi sembrava di trovare, per la prima volta, un po’ di tenerezza. Questa foto mi ha sempre fatto un’impressione contraddittoria. Non sono io, non c’è dubbio, ho sempre pensato fosse Peggy Guggenheim da giovane.


















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