Lorenzo
Piccola fotina strana, scattata da Lorenzo, credo con quegli apparecchi gadget che le sviluppano subito, senza essere delle polaroid. Ne circolarono una decina di anni fa, non so se ci siano ancora. Se mi ricordo bene erano delle scatolette di cartone, con gli obiettivi di plastica, e poi si strisciava via una linguetta che conteneva la fotina.
Qui, come da didascalia scritta di fianco e ripetuta dietro, siamo a Cervo, nell’aprile del 2000 (il 19, si chiarisce dietro). Un week end al mare passato insieme. Io da piccolo ho abitato a Oneglia, e lui andava al mare a Cervo, paesino dietro la baia; non solo, da piccolo lui andava a Bardonecchia, ed io pure. Ma (chissà?) non ci siamo mai incontrati. Anche in montagna siamo andati una volta, e riprovammo a sciare dopo almeno quindici anni che non lo facevamo. Cominciammo dal Baby, lo skilift per i bambini. E’ stato uno dei giorni in montagna più divertenti che io ricordi. Andammo in pellegrinaggio alla sua casa di quand’era bambino, bussammo alla porta dei nuovi, straniti, proprietari. Lorenzo è un mio amico del cuore. Ci conosciamo da una quindicina d’anni, e, anche se lui si schernirebbe, è una persona che mi ha insegnato molto. Anche se abbiamo vite e professioni molto diverse, in molte cose per me Lorenzo è stato ed è un modello. Soprattutto da lui credo di avere imparato cosa sia l’ironia e come questa possa convivere strettamente intrecciata ad una visione della vita molto seria, composta, fatta di scelte motivate. E poi, anche lui, è molto low profile. Un po’ troppo ci diciamo sempre, ma sapendo che diversamente sarebbe impossibile.
Virginia Woolf
Qualche giorno dopo Natale e Capodanno passò la nostra amica PP a trovarci a cena, eravamo il mio fidanzato, la nostra amica Juliette ed io. Il camino acceso, fuori la neve, le lucine di Natale, un’aria festosa e di nido allo stesso tempo. Dopo cena PP disse: -Vi ho portato i regali!, e mise un cd nel lettore, con aria felice di chi sa di fare una sorpresa che riempirà di stupore. Dopo i primi gracchiolii cominciò una voce, di donna, non più giovane, in un inglese molto elegante: “…Words, English words, are full of echoes, of memories, of associations [...]“, non capivamo chi fosse, PP si godeva le nostre facce, poi Juliette disse: -”Virginia!”, con quel vezzo strano dei francesi di chiamare gli scrittori per nome. Aveva ragione, PP aveva registrato dalla BBC la sola, pare, traccia audio della voce di Virginia Woolf. “…Words, English words, are full of echoes, of memories, of associations [...]“, l’abbiamo ripetuta e ripetuta cercando di imitarne le inflessioni, -Words, English words, ci dicevamo leggendo, nel silenzio della neve dei giorni dopo. E’ stato un regalo bellissimo.
Per me Virginia Woolf è stato uno spartiacque chiaro, fra le letture disordinate e bulimiche dell’adolescenza e la scoperta della letteratura. Grazie ad un’insegnante ovviamente, che fece leggere alla sua classe, credo la seconda liceo artistico, non solo Gita al faro, ma anche il capitolo XX di Mimesis di Auerbach (Erich Auerbach, Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale; Einaudi 1956; ultima edizione 2000 nella PBE Ns), intitolato Il calzerotto marrone, che aprì la mia testa ad un modo di leggere la letteratura che non ho mai abbandonato. MI sembra che da lì sono partito, e che lì sempre torno.
blu!
Chissà perché a un certo punto ho cominciato a colorarmi i capelli di vari colori. Il blu fu il più bello, e fu ripetuto più volte. Era una tortura, stavo ore dal parrucchiere. La decolorazione bruciava la testa, gli occhi, tutta la faccia; entravo subito dopo pranzo, e uscivo a sera. Una volta venne un blu strano, e il grande capo parrucchiere decise che no, non si poteva accettare, così si ricominciò tutto da capo. Però erano dei pomeriggi divertenti. Di sicuro poi ero molto guardato. Forse avrò fatto il carico di sguardi per sempre, ora tendo piuttosto a scomparire. Non è neanche poi tanto tempo fa. Mia madre ogni tanto mi dice:- ma ti ricordi? A un certo punto hai cominciato a farti i capelli di tutti i colori-. Come fosse successo quando ero piccolo. In un tempo indefinito. Se avessi ancora i capelli forse lo farei di nuovo, una volta, per provare, per ricordarmi com’era.
Torino
Dietro c’è scritto “1942″; ipotizzo che me lo abbiano detto, vagamente ricordo di avere visto delle foto di famiglia con mia madre e lei avermi detto chi fossero le persone, o altre informazioni. Ma è tutto quello che riesco a ricostruire, e non riconosco l’edificio. Abito a Torino dal 1981, o forse dall’inverno dell’80, non sono ben sicuro. Fa quasi trent’anni. Adesso è qualche anno che vivo fuori città. A seconda delle ore e dei mezzi, in mezz’ora o in un’ora sono in centro. Scendo poco, anche una volta alla settimana. Concentro in quel giorno tutte le cose che devo fare lì, le persone che devo e/o voglio vedere. L’altra sera eravamo in città con il mio fidanzato, era un mercoledì ancora estivo e c’erano persone dappertutto. E tutto era illuminato e spazzolato e le vetrine brillavano e le persone erano tutte in tiro e sorridenti e vestite alla moda. E’ bellissimo che la città si sia così trasformata, che viva anche la sera, che sia così evidentemente bella. Sono contento, però a me fa schifo. Detesto quella luce inutile, il chiasso noncurante del silenzio, sono sbacalito di fronte alla volgarità di molto vestire, le piazze lucide e false, uguali a quelle di così tante altre città, belle, indiscutibilmente belle, ma anche violente nel loro essere così patinate, nello spingere sempre più ai margini quello che non scintilla, che non tintinna. Mi spaventa e insieme penso che se la vedessi da turista la eleggerei mia città preferita. In quella scintillezza ho pensato è una città che non serve a niente, che tutt’al più diventa un decoro. Di giorno sembra meno così, mi fa meno impressione, e anzi continuo a guardarla con occhi curiosi e ancora vedo case, vie, interi quartieri, che mi sono sconosciuti. Negli anni imparo anche a vedere la città, imparo i nomi degli architetti, capisco perché certe cose mi sembrano belle, costantemente mi inerrogo su quello che vedo, ammirato, stupito.







